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Dispositivi di immagini: tra incantamento ed emancipazione

 

Nel film Sacrificio di Tarkovskij (1986) uno dei personaggi principali allude a un utilizzo costrittivo e distruttivo dei media – e più in generale dei dispositivi tecnici a nostra disposizione – che caratterizza la nostra esistenza esprimendo il seguente pensiero: «Usiamo ancora i microscopi come martelli». A distanza di una trentina d’anni, il nostro rapporto con i dispositivi di produzione delle immagini sembra presentarsi quasi esclusivamente sotto il segno dell’impossibilità e dell’esaurimento: impossibilità di dare senso alle immagini attraverso le parole ed esaurirsi delle immagini nella loro capacità di entrare in relazione con il logos. L’idea stessa di rivoluzione – a qualsiasi trasformazione della storia si pensi – si depotenzia, fino a esaurirsi nelle immagini. L’essere umano globale nell’epoca dell’ipermedialità sembra essere destinato a un perenne presente scandito dall’alternarsi ciclico (e senza senso) di produzione e consunzione delle immagini, senza possibilità che dia vita a un discorso, a un pensiero. 

Ma i dispositivi di produzione delle immagini sono solo forme dell’estraneazione e dell’incantamento, modalità di simulazione del reale che al reale non permettono più un accesso alla nostra storia? Possiamo ripensare e praticare un rapporto con le immagini che conduca a forme di emancipazione dell’essere umano?

 

 

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