Domenica 10 maggio 2026
ore 10.30
Galleria "La Stanzetta" - Sede centrale
Mostra delle studentesse e degli studenti dell'Accademia di Belle Arti di Urbino
A cura della Prof.ssa Serena Riglietti e del Prof. Roberto Vecchiarelli
La mostra nasce dal confronto tra gli studenti del Biennio di Grafica d’Arte e di Design per la Fiction intorno al tema del disagio. La visita al Museo alle Stufe, curato dal prof. Roberto Vecchiarelli — che conserva le testimonianze “salvate” dallo storico manicomio di Pesaro — ha innescato una riflessione: che cosa significa oggi il disagio? E ha ancora senso leggere la realtà attraverso dicotomie come dentro/fuori, follia/normalità, vita/morte, nella loro apparente semplificazione, di fronte a una complessità che sfugge a ogni riduzione?
Nel XIX secolo l’asino rappresentava il simbolo del lavoro umile, segnato da fatica e resilienza. Allo stesso modo, oggi questa condizione sembra riflettersi su una moltitudine di esseri umani, sempre meno padroni delle proprie scelte, sospesi in una coscienza interiore instabile, condizionata da linguaggi sincopati che trovano un’eco infinita nei social, dove i potenti possono annunciare la distruzione del mondo con un click.
Da qui nasce questa mostra, che raccoglie parole alle quali abbiamo progressivamente dato una forma visibile. Partendo dal titolo Asinerie, proposto dagli organizzatori del festival Urbino e le città del libro, è stato naturale avviare una riflessione sulle nostre esistenze, sempre più impantanate nell’accettare l’impermanenza: non come apertura al cambiamento e a una possibile evoluzione, ma come necessità di sopravvivenza.
Abbiamo così provato a restituire uno sguardo sincero e disincantato, capace di isolare, nell’atto creativo, l’empatia: uno dei pochi sentimenti che ancora possono salvare il mondo.
Visitando il Museo alle Stufe si incontra ciò che resta di un mondo parallelo: il manicomio, che fino al gesto rivoluzionario di Franco Basaglia ha rappresentato il tentativo dell’uomo di rinchiudere entro quattro mura la paura, la diversità, il disagio psichico, ma anche la creatività e il pensiero libero. “Gli ultimi” che, di volta in volta, hanno lasciato tracce nei loro scritti, nei documenti che li hanno stigmatizzati e ridotti a numeri, negli oggetti, nei vestiti, nelle fotografie di trattamenti subiti e fatti passare come cura.
Ogni artista tenta continuamente di non restituire una semplice immagine di ciò che già esiste, ma di esprimere, con generosità, la propria esperienza intima della realtà. Così Dafne Di Silvestro, con il lavoro Sotto la Polvere, si immedesima nella storia di una paziente, attraversandola nelle documentazioni disponibili e dando forma a un vissuto immaginario in cui le lettere della giovane, destinate ai familiari, cercano di restituire dignità alla “malattia”.
Nel lavoro di Alessia Manzone, la cui pratica attraversa pittura, disegno e fotografia, emerge una ricerca visiva attenta ai temi della natura, dell’isolamento e della memoria. I suoi ritratti rappresentano persone realmente esistite nel manicomio San Domenico di Pesaro; l’artista stessa ha partecipato al progetto di realizzazione del Museo alle Stufe, che ne conserva le testimonianze. I soggetti, i cosiddetti “pericolosi per sé e per gli altri”, sono stati istituzionalizzati, cronicizzati e marchiati, portando sul volto l’impronta del proprio disagio ma anche dei trattamenti subiti.
Siria, progetto di Amedeo Martines realizzato nel 2016 durante il corso di illustrazione, ci ricorda come i conflitti armati in Medio Oriente continuino a rappresentare una realtà terribile. L’impressionante numero di vittime finisce spesso per diventare un “fuori campo” dietro il quale si dissolvono le tragedie della guerra e della violenza. Il libro nasce non solo con l’intento di sensibilizzare all’informazione, ma anche di analizzare una forma di violenza spesso secondaria: la distruzione intenzionale dei siti archeologici. In Siria, molti luoghi di valore storico sono stati devastati dall’ISIS nel tentativo di cancellare la cultura e la storia di un intero popolo. Il paese è oggi considerato dall’UNESCO tra quelli con il maggior numero di beni culturali a rischio. Ogni pagina presenta una veduta aerea di un sito archeologico distrutto, sintetizzata e reinterpretata attraverso tecniche grafiche: l’insieme costruisce un archivio visivo, una mappa della memoria e della fragilità di questi luoghi prima della loro scomparsa.
La grande spirale sulla quarta di copertina, riprodotta anche sulla parete in galleria, elenca tutte le guerre del mondo, dalla prima fino a quelle in corso.
Chiude la mostra una serie di opere degli studenti di Grafica d’Arte e di Design per la Fiction, dedicate agli oggetti rinvenuti nel museo: resti che, in mancanza di tutto il resto, custodiscono un racconto invisibile che una pratica artistica sensibile può riportare in superficie. Sono presenze cariche di silenzio e abbandono, di morte e paura, simili a quelle che vediamo quotidianamente nei report di cronaca: case sventrate dalla guerra, dove per fuggire o per morire tutti hanno perso qualcosa.
Allora non ci resta che creare silenzio ed osservare, generare un pneuma, una forza vitale dirompente, per provare ogni volta a rigenerarci attraverso le nostre azioni quotidiane. Restare in bilico su un nulla, qui, in una fragile condizione di presenza, per non cadere in cielo.