Archivi per la categoria ‘Video’

demetrio e polibio spacer

D+P 06 Debole io mi riPeto

martedì, 20 luglio 2010

D+P05 Debole io mi riPeto from valentina olivi on Vimeo.

D+P05 Trappola per topi

lunedì, 31 maggio 2010

D+P05 Trappola per topi from valentina olivi on Vimeo.

Musiche di Mario Totaro

da Caprice Fantastique “Ouverture“.

D+P04 Laboratorio del ferro

giovedì, 20 maggio 2010

Laboratorio del ferro from valentina olivi on Vimeo.

Musiche di Mario Totaro

da Caprice FantastiqueFinale Galop”.

D+P Tgr3

venerdì, 7 maggio 2010

D+P Tgr3 from valentina olivi on Vimeo.

Ringraziamo Alberto Pancrazi

D+P03 le crinoline

venerdì, 30 aprile 2010

D+P03 Le crinoline from valentina olivi on Vimeo.

Musiche di Mario Totaro

da Caprice Fantastique “Tango e Valzer viennese”

D+P02 costumi bruciati

venerdì, 30 aprile 2010

D+P02 costumi bruciati from valentina olivi on Vimeo.

Musiche di Mario Totaro

da Caprice Fantastique  ”Tarantella”

Parlando di magia

martedì, 30 marzo 2010

Quando esci dal grigio una giornata di sole è sempre una bella cosa. Dopo aver passato un breve ma intenso periodo immersi a disegnare e designare le cose e ad inserirle e giustapporle nella pianta del Teatro Rossini. Dopo tanto esercizio di taglierino, forbici, vinavil, cartoncino e filo, la presentazione del progetto che si è tenuta ieri negli uffici della direzione tecnica è stato un simposio sui massimi sistemi dell’arte e del teatro che ha riconsegnato ad altra destinazione l’artigianato del fare e del disfare. Erano presenti alla riunione il sovrintendente Gianfranco Mariotti, il direttore artistico Alberto Zedda, la sua segretaria Francesca Battistoni, il direttore tecnico Mauro Brecciaroli e la coordinatrice della direzione tecnica Claudia Falcioni. Per non riempire l’ufficio la scuola si è presentata in formazione ridotta ed è stato un peccato perché, appunto, questa presentazione si è trasformata in un interessante approfondimento sul nostro progetto. Discussione che sicuramente avrebbe interessato tutti gli studenti che ora sono impegnati a realizzarlo. Davanti al modellino in bella mostra di sé, il regista Davide Livermore, accompagnato dalla sua assistente Alessandra Premoli, ha presentato il progetto.
La scenografia che abbiamo proposto non definisce nel palcoscenico uno spazio ma un vuoto. Esistono le bottiglie vuote, esistono le cantine vuote, esistono i palcoscenici vuoti. Questi vuoti non sono tutti uguali. Con un meccanismo assolutamente pirandelliano le presenze dei personaggi del Demetrio e Polibio si materializzano in forma di fantasmi e, attraverso oggetti abbandonati nel palcoscenico, raccontano la loro storia. Proiezioni di un vuoto che si accendono e che si fanno spiare nella penombra. Dato questo presupposto è stato gioco forza, nella presentazione del progetto, esporre gli elementi che strutturano questo vuoto e che, attraverso l’agito scenico e per combinazione spaziale, andranno a istituire i luoghi deputati per queste presenze. Si è parlato anche della magia e dell’ utilizzo di alcuni trucchi che entreranno a far parte del corredo di questo spettacolo. Non mi sembra importante svelare quali. È stato molto importante invece un distinguo che è avvenuto nella discussione colloquiale che ha contraddistinto questo incontro. Un mago quando fa un trucco, che faccia sparire una persona o che faccia uscire un coniglio da un cappello vuoto, è tutto concentrato sull’effetto e sullo stupore che ne ottiene. La sottolineatura di questi distinguo, credo importante, poneva l’accento sull’utilizzo degli stratagemmi da adottare in un universo di soluzioni a servizio della drammaturgia e su come, estrapolando questi numeri dal loro effetto, potessero evidenziare gli affetti in musica, nonché mettere l’accento con tutta la loro portata di stupore a creare un contrappunto o a sottolineare la partitura musicale, o dare maggiore spessore ai personaggi del nostro spettacolo, che sono appunto dei fantasmi. Altro quesito che questo progetto scenico (senza far troppi distinguo tra elementi scenografici, costumi e disegno registico) ha sollevato è la sua effettiva capacità di mostrare, e dunque restituire, un libretto fragile ad una comprensione immediata. La domanda posta è se questo filtro evanescente e spiritico d’ombre rese al canto non ponga un presupposto che sposti tutta l’opera su un secondo livello di lettura. Invece di uno strumento di sintesi simbolica involontariamente sembra tutto concorrere ad una schizzo-interpretazione che complica e imbroglia invece che dipanare il fragilissimo filo di un libretto d’opera così labile.
Senza entrare nelle risposte, il teatro è soprattutto un luogo dove si pongono domande. Possiamo ribadire che utilizzare il palcoscenico come luogo dove dei personaggi si danno un appuntamento per accendere la loro esistenza, è uno stratagemma stigmatizzato e ormai riconducibile a forma resa canonica da Pirandello nella sua opera più rivoluzionaria ed importante. Indiscutibilmente questa “pezza d’appoggio” è solo una chiave che non garantisce soluzioni (ma mai nessun gesto in teatro è assolutamente garantito) e che, ben utilizzata, potrà aprire la porta di questa interpretazione. Abbiamo passato in rassegna anche i costumi che, in misura maggiore di una scenografia, sembrano destinati a determinare il presupposto per una ragionevole datazione. Lavorando sui costumi si è infatti stabilito di far apparire gli interpreti in un palcoscenico d’oggi, annessi e connessi, vestiti con gli abiti dell’anno in cui sono stati immaginati, il 1816 per l’appunto, utilizzando così la convenzione secondo cui i fantasmi rimangono contemporanei a loro stessi mentre il mondo che albergano si modifica, si evolve, invecchia e muore con naturale e involontaria disinvoltura. La famiglia Mombelli, una speciale famiglia d’arte, aveva commissionato l’opera al giovane Gioacchino appena quattordicenne, consegnandogli a rate e senza continuità drammaturgica le arie, i recitativi, i concertati, le parti e le scene che compongono il libretto. È utile ricordare che questa opera dissociata non venne mai messa in scena (ancora ricorre il gioco di sovrapposizioni con i sei personaggi in cerca d’autore sopra citati) e che dunque non costituisce un precedente. Nemmeno per l’oblio.

L’opera Demetrio e Polibio prevede: un re di un improbabile regno persiano, un altro re antagonista ed infingardo anch’esso dell’estremo oriente ma travestito da ambasciatore di sé stesso; padri che cercano figli, orfani che cercano padri, giovani smunte che aspettano l’occasione di trasformare il loro amore in un gesto eroico, epico e melodrammatico. L’impasto super calorico è condito con tutti gli espedienti che aiutano a supporre un universo esotico e precoloniale che si amalgama e farcisce in odore di  “turcheria” l’inevitabile precipitare della storia nel nulla. Non possono mancare dunque: un bel rapimento, un incendio, i buoni e i cattivissimi, un’agnizione con tanto di amuleto spezzato e,  per non farsi mancare nulla, un improvviso lieto fine. Un colossal abortito e dimenticato. Invece di trattenere la rappresentazione di questo mondo esotico abbiamo scelto di riprodurre l’universo quotidiano degli indumenti ordinari all’epoca del giovane Rossini. Quasi in odor di didascalia. Restituire l’abbigliamento non tanto dei personaggi interpretati al loro prototipo di figurina, ma al mondo della famiglia Mombelli, imprigionato in un aldilà visibile solo in palcoscenico nel gesto riparator – farneticante, forse sublime, di restituire questo peccato d’omissione. Il repertorio di un tale mondo si manifesta e svanisce e poi si riaffaccia, tra macchinisti, pompieri, sarte, responsabili della sicurezza involontariamente contemporanei a loro stessi, che incidono ed insistono arbitrariamente ed in maniera del tutto accidentale in un palcoscenico spiato dal pubblico nell’agosto del 2010. Con grande piacere per gli studenti presenti s’è svolta una discussione colta su questo distinguo che ha messo a fuoco limiti e grandezze, insidie e opportunità dell’utilizzo di questa convenzione teatrale. Sono seguiti, con generale e diffusa soddisfazione, complimenti sinceri per la presentazione e per il lavoro fin qui svolto.

Colgo l’occasione a nome della scuola per ringraziare per questa involontaria e istintiva lezione di teatro dispensata e ammannita all’impronta con divertita passione, con liberatoria nonchalance.