demetrio e polibio spacer

Trappola per topi

29 maggio 2010 | Scuola di Scenografia

Per isolare nel palcoscenico uno spazio che sappia di deposito e di abbandono abbiamo deciso di gremirlo di bauli. Oggetto retorico da tempo immemore, contrassegnato dalla memoria nomade del teatro. Dalle compagnie erranti degli “scavalca montagne” fino ai service luci che atterrano sui palchi con i loro flight case anodizzati. Fuori scena, nei corridoi, nei camerini, nei retropalco si stivano e si accatastano casse e bauli.
Di tutti i tipi, di ogni dimensione: per i costumi, per gli effetti personali, quelli con le parrucche: bauli per tutto, addirittura con lavatrici.

 

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Lavorando, nella lettura di questo spettacolo, sulle presenze/fantasma, questi bauli vorrebbero diventare uno speciale sedimento di memoria dei palcoscenici. E così dopo aver realizzato il carro siamo passati a dipingerlo. Passaggi di nero sopra il nero con spigoli in porporina che rimanda ad un odore di teca dei santi a bauli che si vorrebbero modernissimi. Cercando di restituire, nella superficie dipinta, la malagrazia intermittente della fatica del carico e dello scarico, l’inevitabile e insistito make up dell’incuria.

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Una sequenza di numeri, propone un disordine ideale e accessorio dentro a un elemento di scena che diviene, invece, argomento di una progettazione attenta. Dentro si vuole nascosto quello che il teatro cela anche quando tutto è bene in vista. Un deposito dove è trattenuto e rinchiuso, forse in maniera viziosa, la complessità del rapporto che il melodramma e la sua forma chiusa irreparabilmente ripropone e sfuoca.
Un occhio fissa gli indizi del passato. L’occhio sinistro invece lavora fuori margine, avvisaglia fatale di uno strabismo che cerca anche dentro il ripostiglio della finzione, mettendo a fuoco i segni, i sintomi e gli armonici di allarmi e tensioni che possono apparire come identiche ma che, diversamente, hanno cambiato pelle.

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