logo

A Charles Baudelaire ciò che piaceva di più a teatro era il lampadario: “Un bell’oggetto luminoso, cristallino, complicato, circolare e simmetrico. Il lampadario m’è parso sempre l’attore principale, visto attraverso il lato grande o piccolo del binocolo”.

Una confessione di insofferenza e disagio per il teatro a lui contemporaneo. Confessione privata: non a caso affidata alle pagine del proprio diario. Baudelaire – grande poeta, pessimo drammaturgo – non sospettava di fornire al teatro uno dei modelli più potenti.

Quel bell’oggetto complicato è ciò che lo spettatore si trova davanti quando il teatro asseconda il proprio auspicabile destino.

In quel gioco di inquadrare dai due lati del binocolo è possibile esplorare la natura del lavoro a teatro: realizzare con le mani e la materia un’astrazione che prende corpo a distanza.

In ciò sta il senso luminoso e cristallino dell’insegnare e dell’apprendere un’arte che non prova alcun imbarazzo a essere ancella, consapevolmente razionale nel distillare anche la più folle delle follie.

Nati per delimitare lo spazio della parola e dell’azione, i fondali, le quinte, le scene dipinte in voga tempo fa, hanno stabilito una volta per tutte l’essenza stessa non della scenografia ma del teatro stesso.

Dipinte solo su un verso, quello rivolto verso il pubblico, e delimitate dal boccascena – come la cornice per il quadro – è il lato cieco che dichiara la loro artificialità e dà vita all’azione che vi si svolge davanti. Che risucchia in un vortice tutta la natura al di là del boccascena.

È ancora il lampadario di Baudelaire: circolarità e simmetria, virtù sommamente centripete: volte a ricondurre in scala un universo.

In un’epoca quasi solo centrifuga, è una sfida che vale la pena di raccogliere.

Scuola di Scenografia

coordinatore

Prof. Francesco Calcagnini

 

Sito web della scuola

 

×